

Giovani e volontariato: protagonismo, riconoscimento e nuove forme di ingaggio
Intervento del Portavoce all’Evento della Fondazione del 26 marzo 2026
Buona sera e grazie per l’invito. Il tema proposto è molto interessante e stimolante.
Penso che per comprendere in profondità la partecipazione giovanile, il protagonismo dei ragazzi/e – dei giovani, occorra cambiare “gli occhiali” con cui il mondo adulto le osserva.
Ci sono cambiamenti che stanno modificando il senso e i significati del termine “partecipazione”, e lo stanno traducendo in pratica in modalità e forme nuove.
L’ansia indotta dalle guerre, dal riscaldamento globale, così come dalla pressione della vita quotidiana, trova risposte di ripiegamento, implosione, rifiuto silente, ma è anche, secondo me, spinta e stimolo verso nuove e forme attive di risposta.
Spesso la ricerca di definizioni di “partecipazione secondo i giovani”, oppure la costruzione di nuove forme partecipative più interessanti per loro, da parte nostra, spesso sono modi per sfuggire alla necessità di mettersi in ascolto, davvero, dei giovani, e mettere in essere pratiche di de-costruzione delle proprie categorie concettuali e interpretative, proprie di noi adulti. Dobbiamo considerare i ragazzi/e – i giovani, compagni di strada nel difficile cammino di prendere posizione nel mondo e di trovare modi nuovi per affrontare la nuova complessità.
Dal mio osservatorio ritengo che il concetto di “partecipazione” non è né lontano, né privo di interesse per i giovani.
Esiste un collegamento importante tra dimensione personale e dimensione sociale, che non si escludono a vicenda, che il mondo giovanile percepisce.
La soggettività diventa perno e punto di partenza per andare oltre, per “essere parte” di “qualcosa” entrando in relazione con l’altro, con gli altri.
L’idea della partecipazione si declina e si modula passando, senza fratture, dall’io al noi, dallo sport al corteo, dal volontariato al vedersi con gli amici (è quella che si definisce la generazione dell’“e”).
La partecipazione, dunque, come un’esperienza della vita che riveste un grande risvolto esistenziale.
Essa, la partecipazione, permette di riconoscersi e di essere riconosciuti.
Essa permette di sentirsi inclusi nel mondo, di esistere.
Quindi la ‘partecipazione giovanile’ è associata in modo prevalente a una dimensione relazionale:
“stare bene con gli altri” e “sentirsi parte del gruppo”.
Sono aspetti questi valutati al pari di “sentirsi utili”, ma anche al fatto che l’attività che si sta svolgendo sia “divertente”, e che “mi dia emozioni positive”.
Inoltre per i giovani è importante il fare volontariato, impegnarsi in una organizzazione come “crescita personale” e “acquisizione di nuove capacità e competenze ”rispetto al fatto che l’esperienza di volontariato possa “essere utile per la vita e/o il lavoro”.
Quindi nei giovani esiste una forte dimensione di operatività e di desiderio di dare il proprio contributo.
La partecipazione è un’opportunità per far accadere delle cose per sé, ma anche per il mondo, in una dimensione di crescita personale.
Infatti i modi e le forme di partecipazione da parte dei giovani nelle diverse istituzioni e nelle organizzazioni sociali e di volontariato stanno fortemente cambiando.
La partecipazione giovanile sta assumendo sempre di più 3 caratteristiche:
La pluralità – si fanno esperienze anche molto differenti tra loro, che impegnano su questioni e tematiche differenti, in situazioni differenti, agendo conoscenze e competenze differenti;
La flessibilità – le forme della partecipazione sono assai aperte, si spostano tra il formale e l’informale, mutano con il variare dei contesti, delle situazioni e dei sistemi relazionali che possono essere orizzontali e verticali;
La transitorietà – ci si impegna in appartenenze leggere, con una forte centratura sui problemi. Lo si fa anche per poco tempo, quello necessario a portare un contributo, ad essere utili, poi si torna alle proprie cose, pronti a rimettersi in gioco quando necessario (esempio: gli angeli del fango).
I segnali di nuovi semi di partecipazione, a volte deboli e intermittenti, a volte più distinti e percepibili, non mancano. L’idea che partecipare sia inutile, che non si possa cambiare nulla, secondo tanti giovani sono il freno più forte alla partecipazione.
Inoltre esiste un fattore, un tema il “tempo”: “non hanno tempo”.
Si può cogliere una correlazione diretta tra la mancanza di tempo da dedicare alla partecipazione e una strutturazione della vita sociale che comprime o chiude del tutto gli spazi di vita e di pensiero riflessivo, al di fuori delle azioni necessarie alla produzione e al consumo. La stessa scuola superiore e università, rispetto al passato, appaiano spesso prigioniere della corsa, assorbendo grandi quantità di tempo quotidiano. Quindi si fa ‘partecipazione’ quando si può, in modo temporaneo e frammentato.
Il problema del tempo non è solo “dei giovani”, come non lo è la stessa difficoltà a partecipare. Bisogna riavere una prospettiva di pensiero e di azione intergenerazionale che consenta di ripensare insieme il vivere come persone e come cittadini. La speranza, di andare oltre, la vedo nella possibilità della collaborazione tra le generazioni.
Attualmente per lo più il dialogo tra generazioni è faticoso, se non in singole piccole esperienze virtuose, qualcosa la vedo negli ETS. La collaborazione tra generazioni la intendo come uno scambio non giudicante, come uno scambio tra pari – diversi, dunque uno scambio essenzialmente e sostanzialmente, “democratico”, dove ciascuno vale uno, percorrendo un apprendimento reciproco e rispettoso.
Ascoltare, lasciare spazio e fare tutti dei passi indietro, per poter fare reciproci passi avanti, di incontro. Se si salva la Partecipazione, se si salva il Volontariato, lo si fa insieme.